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LAURENZIANA BASKET Firenze  

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Cristiana Conti

L’angolo di Cristiana” Psicologia dello Sport 

 

 

 

a cura di Cristiana Conti, psicologa dello sport Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

1. LA PIRAMIDE DELLO SPORT 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, deputata alla sorveglianza delle condizioni di salute dell’individuo, pone l’esercizio fisico e lo sport per tutti al primo posto nel promuovere e tutelare la salute. Con l’attività fisica si acquisisce infatti l’opportunità di crescere e svilupparsi armonicamente, di tenere efficienti e sani organi e apparati e, infine, di allontanare o ridurre gli effetti dell’invecchiamento. 

Oltre ai benefici fisici sappiamo bene quanto la pratica sportiva abbia un’ampia valenza psicologica, pedagogica e sociale soprattutto se parliamo delle giovani fasce di età. Lo sport, infatti può svolgere un ruolo importante nella costruzione di una positiva immagine di sé, di una disposizione ottimistica verso il futuro, di uno sviluppo del senso di autoefficacia, può favorire la socializzazione facilitando le relazioni amicali e quelle con adulti. Il rapporto tra attività fisica e salute è oramai ampliamente dimostrato pertanto l’educazione alla salute, compreso lo svolgimento dell’attività fisica, va perseguita dai primi anni di vita; senza dubbio, un adeguato approccio motorio diretto allo sviluppo di conoscenze, capacità, abilità e competenze  contribuisce  a  sviluppare  abitudini  e stili  di  vita  sani,motivazione e costanza nella pratica motoria. 

Accanto alla più famosa piramide alimentare gli esperti hanno messo a punto la “piramide dell’esercizio fisico” fornendo indicazioni sul movimento più adatto ad un giovane atleta. 

L’idea di creare uno strumento di intuitiva consultazione per capire quali siano le nostre esigenze motorie (ma soprattutto quelle dei bambini e degli adolescenti) è della Società Italiana di Pediatria Il “funzionamento” della piramide dell’attività motoria è simile a quello delle altre: «Alla base – spiega Giovanni Corsello, Presidente della Società Italiana di Pediatria -­‐ sono indicate le attività da svolgere quotidianamente, man mano che si sale verso i gradini più alti della piramide si incontrano le attività da svolgere con minore frequenza». 

I bambini dovrebbero fare attività fisica all’aria aperta almeno 4-­‐5 giorni alla settimana, di cui 3 o 4 volte in maniera organizzata, possibilmente con un gioco di squadra, mentre il tempo dedicato a tv Internet e videogiochi (ultimo livello della piramide) non deve superare un’ora al giorno (ovviamente un’ora a settimana è davvero poco per i bambini, ma l’indicazione è utile per capire che meno tempo i bambini trascorrono seduti e meglio è per la loro salute). 

 

 2 VAI MALE A SCUOLA? E IO TI TOLGO LO SPORT


In ogni famiglia esiste un proprio stile educativo e l’obiettivo di queste poche righe non è assolutamente quello di giudicare una scelta genitoriale quanto, piuttosto, quello di riflettere insieme su qualcosa che più volte nelle varie società ho visto: un brutto andamento a scuola e scatta la minaccia di far saltare l’allenamento o la partita al proprio figlio-­‐atleta. 

Entra in gioco il meccanismo della punizione per cui si ritiene che interrompere un'attività piacevole porterà automaticamente un figlio ad impegnarsi di più nello studio. Un punto chiave da considerare è infatti che questo si verifica soprattutto quando quell’atleta è appassionato del proprio sport e l’idea sottintesa è che togliergli qualcosa che piace diventa un modo per “toccarlo”. 

E’ vero che un messaggio riesce ad arrivare meglio ad una persona quando coinvolge qualcosa che è di interesse vivo per quella persona, indipendentemente dall’età, e se l’attività fisica viene considerata un premio può essere utilizzata di contro come punizione. Ma occorre considerare un’altra prospettiva, fondamentale, il fatto cioè che lo sport, se bene organizzato, è davvero uno spazio formativo e vista da così la domanda può benissimo diventare: per far funzionare al meglio uno spazio educativo… ne togliamo un altro? Il rischio che passi un messaggio incoerente è molto alto. 

Scuola e sport non sono in conflitto: la pratica sportiva è un aspetto fondamentale da integrare nel percorso educativo di un bambino e considerando gli innumerevoli benefici psico-­‐fisici che porta con sé ne va tutelata la presenza. 

Il fatto che fare sport piaccia e in quel determinato contesto ci si stia bene è solo che positivo: è importante considerare le passioni e i desideri dei propri figli, usarli da stimolo, non come fonte di punizione. 

Cosa possiamo fare? Sicuramente è importante aiutare a far conciliare i due ambiti e si può partire dal ragionare intorno all’organizzazione dello studio. Da adulti, infatti, possiamo certamente aiutare a costruire delle abitudini nei nostri figli che favoriscano una adeguata gestione tra scuola e sport,puntando sul senso di responsabilità, stimolando le capacità organizzative e gestionali e ovviamente favorendo il riconoscimento delle proprie competenze.

 3 AUTOSTIMA ED AUTOEFFICACIA: SONO LA STESSA COSA?

Credere e imparare a credere in sé stessi e nelle proprie capacità è fondamentale nello sport, nella vita. Il profilo di un atleta che crede in sé è il profilo di un atleta che lavora per essere consapevole, coraggioso nel superare gli ostacoli ed equilibrato nel tollerare le frustrazioni. 

Ma quante volte si dice che quell’atleta “non crede in sé stesso come dovrebbe” o che “ha perso fiducia”? In questo caso, di quali dimensioni psicologiche stiamo parlando? 

Ad essere coinvolte in questo processo sono l’AUTOSTIMA e l’AUTOEFFICACIA. 

Entrambi ci consentono di valutare le nostre qualità personali e influiscono in modo determinante sulle nostre scelte e sulle nostre azioni e quindi anche sulle proprie prestazioni sportive. Sono fortemente correlate tra di loro (tant’è vero che uno scarso senso di autoefficacia è spesso il risultato di una bassa autostima) e spesso vengono usate come sinonimi ma in realtà non sono affatto la stessa cosa. 

L’autostima corrisponde al giudizio complessivo che la persona si dà in quanto individuo mentre l’autoefficacia è relativa a quello che pensiamo di essere in grado di fare e realizzare in un particolare contesto, la fiducia cioè che una persona ripone nella propria capacità di affrontare un compito specifico. 

Le convinzioni di autoefficacia regolano quattro processi principali (cognitivi, affettivi, motivazionali e atti di scelta) e sostanzialmente influenzano il modo in cui le persone pensano, si sentono, trovano le motivazioni personali e agiscono nonché per quanto tempo gli sforzi saranno mantenuti, indipendentemente dagli ostacoli e dalle esperienze negative che si possono incontrare lungo il proprio percorso. 

Se l’autostima è un giudizio di valore personale, l’autoefficacia è un giudizio di capacità personale con un risvolto fortemente pragmatico e calibrato su uno specifico e particolare contesto (per cui posso non sentirmi efficace in uno spazio ma assolutamente si in un altro e non perdere fiducia in me come persona). Sta qui l’importanza di riconoscere distinguere la differenza tra le due dimensioni, soprattutto nel momento in cui da tecnici o da genitori forniamo una “lettura” al nostro atleta utile per dare il corretto significato alle azioni e agli eventi e anche per evitare una completa sovrapposizione tra il pensiero di sé, come atleta, ed il pensiero di sé, come persona. Ricordiamoci che quando l’atleta riflette su se stesso è profondamente, condizionato non solo dal risultato delle sue azioni ma anche dal pensiero altrui.

4. OSTACOLI? INEVITABILI, MA… 

L’immagine che rappresenta più realisticamente lo sport non è una linea, ma una curva fatta di up e di down, di momenti di crescita e momenti di arresto o stand by, momenti in cu tutto sembra andare bene e momenti in cui la percezione è invece negativa. Sebbene questo possa essere molto chiaro in situazioni neutre, lo è molto meno quando ci troviamo a vivere proprio quei “down” e le emozioni negative come la frustrazione, la paura o lo sconforto prendono il sopravvento e fanno da padrone. 

Saper riconoscere questo andamento nello sport è fondamentale e determinante per tutti gli attori coinvolti: atleti, allenatori, genitori. Ogni atleta incontrerà infatti SEMPRE e inevitabilmente lungo la propria “carriera” degli ostacoli (interni o esterni) che lo fermeranno, lo metteranno in crisi, o semplicemente richiederanno un’attenzione particolare. Non possono essere evitati, ma qualcosa può essere sempre fatto: non esserne sovrastati, non pensare che siano definitivi ma essere proattivi e reagire in modo consapevole e responsabile, con determinazione e pazienza. 

Sembra facile ma ovviamente non lo è. Ogni ostacolo e imprevisto (si pensi ad un infortunio) riesce a mettere a dura prova tutti, però una cosa è certa.. si può imparare ad affrontare queste situazioni e un buon primo passo è riconoscerle come normale la loro presenza lungo il cammino sportivo e guardarle come l’opportunità di imparare qualcosa di nuovo e utile. Ricordiamoci che il carattere una erta mentalità non si forma quando tutto va bene, ma proprio nei momenti in cui “zoppichiamo “un po’. 

Ogni ostacolo è diverso, ogni persona è unica, quindi non esistono soluzioni a priori, ma esiste la possibilità di trovarle.

 

5. IL CAMBIAMENTO è SPESSO LEGATO AD UN GIUSTO ATTEGGIAMENTO 

La scorsa settimana abbiamo parlato dell’inevitabile presenza di certi intoppi lungo il proprio cammino ma anche della possibilità del poter far fronte a questi momenti con una prospettiva che ci rende proattivi rispetto agli eventi. 

Possiamo allenare la mente a pensare in modo efficace e funzionale: l’atteggiamento mentale nei confronti di ciò che può accaderci è infatti determinante. 

Un esempio? 

L’ho trovato nelle parole di Marco Laganà, giocatore classe 1993 del Cantù, attualmente fermo per infortunio (in un anno e mezzo, ha subito tre operazioni: due al ginocchio destro e una, al ginocchio sinistro): 

“(…) E’ trascorso un mese esatto da quando ho subito l'intervento per la ricostruzione del crociato anteriore del mio ginocchio sinistro. 

Poco prima di sedermi sul tavolo da cui vi scrivo (…) mi ha scritto un mio amico di vecchia data, chiedendomi un pò di conforto dato che due giorni fa, anche lui ha subito lo stesso intervento. 

Le domande che mi ha fatto sono state: Quando va via il dolore? Mi dai un pò di conforto? Le stampelle quando le togli? 

Ho subito tre operazioni in un anno e mezzo: due al ginocchio destro ed una, l'ultima e la più inaspettata, al ginocchio sinistro. Dico inaspettata perchè dopo tutto quello che so di aver passato per recuperare dal primo infortunio, mai avrei pensato di dover riaffrontare una situazione del genere, soprattutto in questa stagione che poteva essere importantissima per la mia carriera.

 Probabilmente, il mio amico, anche se non ci sentiamo giornalmente e soprattutto da tanto tempo, ha ritenuto che fossi la persona adatta per descrivergli certe sensazioni. Purtroppo è così. Penso che in pochi abbiamo avuto questa sfiga, in così poco tempo. 

La prima volta che mi "sono rotto", non avevo idea di come sarebbe stato. Operazione, dolori, riabilitazione, dolori, allenamenti, dolori, terapie, dolori. Dolori, tanti dolori. 

Se aggiungiamo che ero ancora un bambino ingenuo, il cui unico interesse era andare su e giù per un campo di 28 metri, potete immaginare come il Mondo mi sia crollato letteralmente addosso. 

Adesso, è diverso. Mi sento più maturo, affronto meglio il dolore, vado in palestra con il sorriso e con la voglia di faticare, sapendo che quel dolore dovrò affrontarlo ogni giorno: per sconfiggerlo un'altra volta, per tornare a fare ciò che più mi piace, il prima possibile e nel miglior modo possibile. 

Sto iniziando a pensare che la miglior cura per il dolore sia la positività, (…) avere uno spirito positivo, un'attitudine positiva, avere dei sentimenti positivi, vedere positivo in tutto e tutti quelli che ci circondano. 

La mia esperienza mi insegna questo. E questo è quello che consiglio al mio caro vecchio amico, e naturalmente, a chi come lui ha subito lo stesso intervento e sta affrontando questo per la prima volta. 

Mi sono sentito dire tante cose. Quella che mi è rimasta più impressa riguarda il fatto che non sarei tornato a giocare a basket come prima, subito dopo il primo infortunio e del primo intervento. Si sbagliavano, di grosso. Ero tornato molto meglio di prima, mi sentivo come non mi ero mai sentito prima. 

Fino a quel brutto scontro di gioco dello scorso 24 ottobre, mi sentivo il Miglior Marco Laganà mai sceso su un campo di basket. 

Questo mi dà grande fiducia, mi dà la consapevolezza (awareness, come piace dire a me) che tornerò ancora più forte. E vorrei che il mio amico leggesse queste parole. Perchè solo chi è in alto può cadere e farsi male, e solo chi è in alto sa quanto è bello stare lassù”


6. L’APPROCCIO MENTALE NON è UN TALENTO, MA è UNA COSTRUZIONE QUOTIDIANA

Spesso si parla di mentalità vincente ma COME SI COSTRUISCE? Si, parliamo di costruzione perché essere mentalmente vincenti in campo non è un’improvvisazione ma è frutto di un lavoro…richiede tempo e costanza, impegno giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento. 

La prestazione della gara non è infatti slegata dall’allenamento e se questo ci è chiaro dal punto di vista tecnico e fisico, dobbiamo ricordarci che lo è altrettanto dal punto di vista mentale: come mi alleno, come sono presente mentalmente agli allenamenti e con quale atteggiamento li vivo determina infatti la qualità prestativa durante il match. 

Un buon punto di partenza è quindi proprio quello del non accontentarsi e affrontare ogni singolo allenamento con il giusto atteggiamento, rendendolo così effettivo: essere precisi, attenti, disciplinati, ascoltare il coach, lavorare con la squadra nel miglior modo che ci è possibile. 

Nessuna di queste qualità nascono da un giorno all’altro, né sono doni che automaticamente la natura ci mette in mano. Non c’entra il talento: c’entra come decidiamo di essere atleti. Step by step. 

Questo non significa che ogni allenamento sarà perfettoperché il momento practice non è solo consolidamento di ciò che sappiamo ma è anche il momento in cui si prova ad andare oltre alle capacità fino a quel momento acquisite, quindi si sperimenta, si sbaglia, si cresce. 

Ricordiamoci che a fare la differenza è il modo con cui decidiamo di “lavorare” quando siamo sul parquet OGNI GIORNO.

 7. L’ERRORE e L’IMPORTANZA DI (SAPER) SBAGLIARE

Nella mia vita ho fallito spesso e ho continuato a sbagliare. Ed è per questo che ho avuto successo”. Michael Jordan 

Viviamo in un momento storico in cui tutti siamo chiamati ad essere perfetti e ogni “sbavatura” risulta peccaminosa. Sembra che non ci venga più concesso di sbagliare ma l’errore è un diritto di chi sta apprendendo e il contesto sportivo è uno spazio privilegiato in questo senso.L’allenamento è il momento dei tentativi, degli sbagli e dei colpi che raggiungono il segno, degli insuccessi e delle riuscite, è il luogo dove si sbaglia perché è il posto dove si sperimenta e si conoscono cose nuove. 

Due sono i punti fondamentali da sottolineare rispetto all’errore:

 

  1. Sbaglia solo chi fa: solo chi non agisce e non ci prova non può sbagliare. “Nessuno nasce imparato” e se si vuole apprendere si deve mettere in conto l’errore nel nostro cammino.

 

  1. Occorre saper sbagliare. Cosa significa? È importante saper cogliere la lezione dai nostri errori, capire cosa è successo e cosa si è sbagliato, quali alternative potevamo considerare, cosa si poteva fare per fare bene. Ci sarà sempre un’altra occasione simile in cui mettere in campo quello che da quest’errore si è appreso.

 

L’errore è infatti funzionale solo se lo consideriamo e basilare è la capacità di saperne comprendere la natura. E’ normale che ci sia una reazione negativa dinanzi ad esso… sbagliare e non riuscire come vorremmo non piace a nessuno, ma ancora una volta sarà al nostra prospettiva a fare la differenza: è importante guardare all’errore non come un down, una sbavatura o il segno di un fallimento, ma come un’opportunità di capire cosa e come fare per fare meglio.

8. GESTI SCARAMANTICI E RITUALI NELLO SPORT 

Si dice che Michael Jordan per tutta la sua carriera indossò, sotto la divisa ufficiale dei Chicago Bulls, i pantaloncini della sua università di North Carolina. Non sappiamo se è vero, ma sappiamo di cosa si trattava: di un gesto scaramantico. Il record di gesti scaramantici và al portiere scozzese di calcio, Alan Rough. Prima di entrare in campo doveva necessariamente, e con questo ordine, ripetere questa sequenza: portarsi il suo anello portachiavi a forma di cardo, una vecchia palina da tennis e una scarpetta da calcio in miniatura, da infilare in tasca; non dimenticare una piccola maglia con la forma di una stella, appendere i suoi vestiti al gancio numero 13 dello spogliatoio; indossare una maglia col numero 11 sotto a quella ufficiale col numero 1; far fare tre rimbalzi al pallone nel tunnel che collega gli spogliatoi al campo, e poi calciarlo a porta vuota una volta. Infine, a gioco iniziato, era bene soffiarsi il naso più volte possibile. 

..un gran lavoro insomma! 

C’è una differenza tra gesti scaramantici e rituali? Si. Il gesto scaramantico è tipico di chi attribuisce il risultato della prestazione alla fortuna e al destino, il rituale è invece tipico di chi pensa che il risultato della performance dipenda molto da sé stessi. 

Il rituale, come un vero e proprio rito di attivazione, ha lo scopo principale di richiamare l'attenzione e favorire un assetto psicofisiologico giusto ed efficace, si fa capire alla mente e al corpo cosa sta per fare dicendo a se stessi: sono pronto! 

Essi infatti non solo consentono una bella carica psicologica, ma influiscono anche sulla nostra capacità di creare uno schema mentale e di azioni atte a prepararci al meglio in vista della gara per poterla affrontare, distogliendo l’attenzione dalla fatica o dalla tensione e favorendo un controllo di ansia e stress. 

Il rituale è unico per ogni atleta e ciascuno può sviluppare un proprio rituale: deve essere un gesto semplice e replicabile in under pressure, deve essere realmente utili all’atleta (cioè lo deve attivare nel modo giusto) e controllabile.

 Quale è il tuo rituale? 

Hai un modo tipico di agire prima di tirare un tiro libero? 

9 IL VALORE DELLA CREATIVITÀ PER UN ATLETA 

Uno dei temi di cui abbiamo parlato con i tecnici è stato quello della creatività dell’atleta in campo. 

Perché è importante promuoverla e tutelarla? 

Innanzitutto, parlare di creatività nello sport può significare tante cose (e complica il tutto la mancanza di una definizione univoca del processo creativo) ma qui ci soffermiamo sul senso del ragionamento in campo, ben lontano dalla sola applicazione delle tecniche. 

La pallacanestro è infatti uno sport open skills uno sport di situazione, strategico, uno sport in cui le scelte sono determinanti e non è sufficiente conoscere una tecnica ma è fondamentale saper quando metterla in campo, individuare i momento migliore, saper scegliere in relazione allo spazio, al tempo, alle regole, ai compagni, agli avversari: pensare il gioco. 

La flessibilità nel ragionamento di uno sportivo non è solo importante, è necessaria….e va allenata. Essere creativo significa saper anche guardare situazioni ed esplorare ipotesi valutando quelle che risultano comunque più efficaci (come nella vita, anche in campo la libertà ovviamente trova dei confini e nel caso delle scelte a determinarne l’adeguatezza è il risultato delle stesse). 

Come possiamo essere più creativi in campo? Partiamo innanzitutto dalla nostra curiosità, dal desiderio di sapere perché l’esperienza ci darà quel bagaglio di informazioni da cui estrapolare l’idea più appropriata in quel momento e concediamoci la possibilità di poter commettere qualche errore. 

Per l’adulto, ricordiamoci ovviamente che l’attività creativa di un soggetto dipende molto dall'ambiente in cui vive, dai condizionamenti sociali e da coloro che lo possono giudicare e sostenere (genitori, Insegnanti, tecnici). Legato a tutto questo anche il concetto di autonomia: si apprende ad essere autonomi se viviamo in un contesto che promuove la cultura dell’autonomia. Solo un bambino che è passato attraverso questi passaggi sarà un adulto in grado di scegliere con consapevolezza e assunzione di responsabilità.

 

 10. QUANTO CONTA IN ASSOLUTO L’ULTIMO TIRO? 

Mancano pochi secondi e hai in mano l’ultimo tiro, quello che può far vincere la tua squadra. Entra sei il campione del momento, sbagli ti senti colui che ha determinato la sconfitta. 

Le emozioni legate a quell’ultimo tiro possono rimanere impresse nella mente di un atleta per molto tempo: stupendo se sono positive, ma quando l’esito di quel momento è stato negativo, cosa succede? 

Parliamo qui proprio di quegli ultimi tiri che non sono entrati, quelli che vengono valutati a posteriori come l’ago della bilancia che ha decretato il risultato dell’intera partita, facendo la differenza e definendo la prestazione di chi si è assunto la responsabilità di tirarli.

 Ma è davvero cosi? 

Rispondiamo sottolineando alcuni punti: 

-­‐ E’ vero che ci sono tiri che (apparentemente) valgono più di altri ma in realtà questo “valore” è associato unicamente al momento in cui essi avvengono perché di per sé un tiro non può valere che un massimo di tre punti (escludiamo il discorso falli). Quello che fa apparire i tiri diversi sono infatti le condizioni e le azioni che li precedono, lo “stato” che la squadra sta vivendo, , le scelte tattiche e tecniche fino ad ora compiute, quello che è stato efficace e quello non. Di fatto in una partita, l'esito dell'ultimo tiro è figlio di tutti i minuti precedenti; 

-­‐ Se guardiamo il singolo gesto andiamo allora a valutarlo adeguatamente: la scelta tecnico-­‐tattica è stata giusta o si tratta di un errore tecnico? Questo ci aiuterà a leggerlo, interpretarlo ed eventualmente a correggerlo in futuro; 

-­‐ Il valore di un atleta non è associato ad un singolo gesto come spesso il mondo sportivo e soprattutto la stampa o il tifo può far credere. Un atleta deve avere secondo me molto chiaro questo meccanismo: il valore prestativo di un atleta si misura sul suo trend (ovvero sulle prestazioni che ha lungo il tempo) e molto raramente su un’eccezionale quanto isolato gesto tecnico. Così, come l'esito del singolo tiro non definisce la qualità dell'intera prestazione, tanto meno quella dell'atleta; 

-­‐ Situazione a caldo, siamo nel momento del tiro: come dovrebbe essere percepito e quanto dovrebbe contare l’ultimo tiro per essere effettuato in modo efficace? La risposta è: esattamente come tutti gli altri. La percezione di significatività può infatti incrementare il rischio di sbaglio, alterando ad esempio le dinamiche di tiro o le scelte temporali. 

Ridurre la significatività dell’ultima giocata significa prima di tutto dare peso a tutto il tempo del gioco, specialmente in uno sport come la pallacanestro, dove tutto fino all’ultimo può essere messo in discussione: ogni giocata va considerata come determinante. Leggerezze, sufficienze e disattenzioni non devono avere spazio dal 1° al 40° minuto…this is the key! 

 11. L’ATTENZIONE SI ALLENA? 

 

In ambito sportivo l’attenzione è considerata una delle componenti più importanti e fondamentali per il raggiungimento di una buona prestazione. Ad esempio è coinvolta in modo decisivo nella ricezione delle informazioni, nell’analisi dei dati, nel prendere una decisione e nel rispondere in modo corretto e preciso alla situazione in cui ci troviamo. 

Lavorare con uno psicologo dello sport significa per un atleta affinare e sviluppare quelle che sono le abilità mentali sport specifiche e tra queste un ruolo primario ha sicuramente l’attenzione. Si, perchè l’attenzione può davvero essere allenata e senza un’attenzione consapevole è molto difficile che si possa migliorare la propria performance. 

Ci sarebbe ovviamente tanto da dire, ma voglio sottolineare alcuni passaggi importanti:

 

  • Capire cosa è l’attenzione e come funziona. Ricordarsi che l’attenzione ha una capacità limitata (noi cioè non siamo in grado di controllare troppe informazioni contemporaneamente), ad esempio, quando sbaglio e commetto un errore in partita, rischio di mettere tutta lì l’attenzione e non sulla qualità delle azioni successive, concentrandomi sul passato e non su quello che ancora di positivo posso fare. 
  • Capire e conoscere il proprio stile attentivo. Mi concentro più sui miei aspetti (attenzione interna: sensazioni, pensieri, movimenti propri) o sulle situazioni che avvengono intorno a me (attenzione esterna: azioni dei compagni, degli avversari, etc…)? La mia attenzione è più ridotta (si concentra su un numero risotto di stimoli in contemporanea) o ampia (va su un numero ampio di risposte in contemporanea). Queste quattro dimensioni definiscono gli stili attentivi ed è normale variare da uno all’altro, ma ancor prima va conosciuto il nostro classico (inteso come il più frequente) modo di stare attenti. 
  • Capire a cosa si deve fare attenzione, distinguere cioè gli stimoli a cui dover prestare attenzione ovvero utilizzare solo quelli utili alla prestazione ed ignorare, invece, gli stimoli irrilevanti (quante volte in partita siamo distratti dal pubblico o da altri pensieri che non c’entrano con il campo?). E’ necessario dunque conoscere ( e far conoscere) le esigenze attenzionali di ogni situazione e capire su cosa adeguatamente focalizzarsi 

Allenare la componente mentale dello sport è possibile ed importante. Un primo passo è prendere consapevolezza delle nostre abilità, piano piano, iniziare a “maneggiarle”, a ragionarci su, ad osservarci quando siamo in campo. Sono sicura che tante volte ciascuno di noi dà per scontate le proprie abilità, tra cui quelle attentive. 

12 RICONOSCIUTO IL VALORE DELLA CREATIVITA’ PER UN ATLETA, COME ALLENARLA?

    

In uno dei post precedenti abbiamo parlato della creatività dell’atleta in campo. Da tecnici, cosa possiamo fare?

La creatività è la capacità di produrre nuove idee e intuizioni, passaggi fondamentali per elevare il grado di efficacia e di funzionalità di un giocatore di pallacanestro. 

E’ vero che è una qualità del soggetto, che non si improvvisa nè si inventa da un momento all’altro , ma può essere sicuramente favorita e allenata. Il pensiero creativo, infatti, non è subito sempre funzionale e produttivo anzi, spesso è disordinato e sta a noi far capire gli spazi e le modalità giuste di espressione. Perchè non si pensi che esso sia anarchia o “un sopra le righe fine a sé stesso”, è importante che venga orientato per esprimersi al meglio, in relazione non solo al singolo ma anche alle esigenze della squadra.

 Se non consentiamo mai di allenare soluzioni alternative (e sappiamo che il campo di allenamento è lo spazio di prova, sperimentazione e crescita) difficilmente in partita potremmo aspettarci qualcosa di creativo-­‐ produttivo. Sì dunque al creare condizioni per esercitare ed esprimere la creatività, senza giudizi frettolosi e senza cercare sempre la performance perfetta, lasciando aperto il rischio di sbagliare come strumento per apprendere . 

Ovviamente ogni età è diversa e queste riflessioni vanno declinate in relazione alla squadra di cui siamo i tecnici: la responsabilizzazione verso rendere funzionale un pensiero creativo deve infatti essere graduale. 

Fondamentale è la capacità di comunicazione del tecnico: esprimere obiettivi e dare messaggi chiari, comprensibili, non con doppi significati . Un’idea creativa non va umiliata, né ridicolizzata: ricordiamo che il sentirsi apprezzato è un bisogno di ciascuno ed è una delle basi della nostra motivazione. 

Va bene che un giocatore sperimenti, sta a noi capire il limite ed individuare il momento in cui evidenziare le regole e le prassi che comunque in ogni sport esistono. Un confine è necessario alla crescita, valutiamone adeguatamente e responsabilmente l’ampiezza, affinché non sia troppo stretto né sia eccessivamente ampio.

 13 CHI DORME……NON PIGLIA PESCI? 

Non prendiamo questa espressione nel suo tradizionale senso, ovvero che oziando non si ottiene nulla (quante voglia abbiamo parlato di impegno, dedizione e proattività!), ma la utilizziamo come spunto per parlare di una risorsa importante per l’atleta….il riposo ottenuto da un buon sonno. 

Possiamo dire che nella prestazione di un atleta incide il sonno? Si, esattamente cosi. 

Il sonno è stato per tanto tempo sottovalutato dagli sportivi, quando invece la sua mancanza o bassa qualità possono decisamente giocare un brutto scherzo, portando alla diminuzione della forza, dell’attenzione e dei tempi di reazione ma anche con negative conseguenze rispetto al sistema immunitario (coloro che dormono sei ore o meno per notte presentano una protezione immunitaria inferiore del 50% rispetto a chi riposa otto ore per notte). 

I benefici di un corretto riposo invece sono tantissimi e a trarne vantaggio non sono solo le prestazioni fisiche ma anche quelle mentali consentendo di dare il massimo durante l’attività che noi svolgiamo: più ilnostro cervello è riposato, più sarà elevata la nostra prestazione (ad esempio la memoria viene migliorata e accesa la creatività). Oltretutto un buon riposo favorisce anche un adeguato mantenimento dei livelli dell’ormone della crescita (che in caso di sonno altalenante rischierebbe di ridursi drasticamente comportando così un aumento di peso ed un rallentamento del metabolismo) e un abbassamento dei livelli di stress. Recentemente l’Università di Stanford ha condotto studi sulla privazione e sull’ampliamento delle ore di sonno proprio in atleti di basket rilevando poi le variazioni degli indici di prestazione atletica specifica: dopo un periodo di maggior sonno, gli atleti avevano sprint più veloci e una migliore percentuale di realizzazione al tiro, riferendo inoltre di sentirsi in uno stato d’animo migliore è più combattivo sia durante gli allenamenti che nelle partite. 

Una giusta quantità ed una buona qualità di sonno devono essere un’abitudine soprattutto per gli sportivi. Fermo restando chela quantità di sonno necessaria varia da individuo a individuo, esistono alcune “regole” importanti da osservare in primis l’importanza di stabilire degli equilibrati orari di sonno-­‐veglia, creando una routine tra sonno e attività sportiva: andare a letto allo stesso orario, dormire sempre lo stesso numero di ore (in modo che il corpo ottimizza la produzione ormonale) e arrivarci “puliti” (ovvero senza usare cellulari e tv fino all’ultimo) 

Dormire è importante e per un atleta dormire bene è una priorità

 14 NELLO SPORT QUASI MAI SI PARTE DA PERFETTI… L’OBIETTIVO è RENDERSI TALI  

   

Tante volte capita di incontrare atleti che in quel momento non sono al top della forma e si sentono in difficoltà adentrare in campo, perché non sono “come vorrebbero essere” o squadre che per questioni di malattia o di una somma di infortuni, giocheranno con un organico molto ridotto e nelle facce dei giocatori si legge chiaramente la sensazione di essere svantaggiat e “puniti” in partenza. 

Ecco, la verità è che raramente nello sport si parte da come vorremmo essere perché questa condizione è di una perfezione e non rappresenta affatto la norma. Ci possono essere condizioni esterne come una malattia, un infortunio, un periodo particolarmente stressato di vita, o interne come l’età che avanza (a 16 anni si entra in campo in un modo, a 28 in un altro!). 

Come atleti è giusto e doveroso lavorare per raggiungere il massimo di quello che possiamo essere, seguire regimi nutrizionali e condurre una vita regolare che ci garantiscono uno stato di salute ottimale, ma progressivamente si deve apprende che l’obiettivo in ambito di gara è quello di saper sfruttare al massimo le risorse che abbiamo realmente in quel momento e non quelle che potenzialmente ci potrebbero essere. Il rischio è infatti pensare a quello che non si ha, riducendo automaticamente la forza di quello che è nelle nostre mani. 

Un discorso analogo vale per le squadre: ogni società (ripeto ogni) vive un momento dell’anno in cui sembra che tutti si siano messi d’accordo per ammalarsi o infortunarsi. Nel gruppo questo ha l’effetto principale di spostare il focus da quelle che sono le priorità e gli elementi necessari da considerare. 

Sottolineiamo e teniamo a mente alcuni punti: 

  • E’ facile cadere nel vizio mentale del “siamo in un periodo sfortunato”. Credenze di questo tipo sono assolutamente depotenzianti perché spostano l’attenzione dalla volontà di realizzare una prestazione ottima ai difetti momentanei e ai problemi riscontrati; 
  • Il credere di essere svantaggiati, mentalmente e fisicamente abbatte le nostre possibilità ed è come se noi stessi ci predisponiamo a perdere: concentriamoci piuttosto a fare il meglio con ciò che si ha; 
  • Le oscillazioni nello sport sono normali e non riguardano solo il singolo ma anche l’andamento stagionale di una squadra, sia per quanto riguarda il livello prestativo che per quanto riguarda proprio la sua “forma” (numero di giocatori che possono andare in campo, forma fisica degli stessi, etc…) Lo sport è pieno di esempi in cui questo schema, si verifica e continua a ripetersi;
  • Ciascuno di noi (individualmente e collettivamente) compie degli errori percettivi che ci portano ad interpretare male la realtà, scartando alcune informazioni e sottovalutandone o sopravvalutandone altre. 

Psicologicamente tendiamo a guardare la nostra posizione diversamente da quella di un altro. Ad esempio, viene sovrastimato ciò che noi conosciamo e sottostimato l’altrui situazione: guardiamo chi siamo (una squadra ridotta numericamente ora?) ma non ci siamo accorti che magari anche gli altri, un mese fa, erano nelle nostre stesse condizioni. 

Cerchiamo di essere sempre attenti ad elaborare le informazioni che abbiamo! 

  • Non sottovalutare mai le potenzialità implicite della squadra: le prestazioni migliori a volte nascono proprio in questi momenti di extrasforzo. Gli aggiustamenti in campo sono continui e necessari, sempre, indipendentemente dalle situazioni di partenza: l’obiettivo è lavorare al meglio per sfruttare tutto quello che abbiamo a disposizione in quel momento

15 TALENTO: LA DIFFERENZA TRA SFRUTTARLO E SVILUPPARLO 

   

Quello del talento è un tema complesso e ricco di sfumature. La sua espressione è sensibile agli stimoli dell’ambiente e mi rivolgo quindi agli allenatori che hanno nel proprio gruppo un atleta particolarmente dotato, individuato come qualcuno che “può e sa fare la differenza”. 

Ancor prima di essere felici, soddisfatti e magari sentirsi fortunati per trovarsi in questa condizione, occorre ricordarsi la grande responsabilità che un adulto ha dinanzi al talento giovanile. 

Si vedono troppi talenti entrare in crisi e sfiorire, per non fermarsi un attimo a riflettere. Tanti sono i fattori incidenti, ma di certo a contare è anche il modo in cui un tecnico lavora con l’atleta talentuoso. 

E’ importante essere lungimiranti ed agire considerando la prospettiva futura, non farsi ammaliare da capacità fuori dal comune: rispettarle ricordando sempre che sfruttarle non è mai sufficiente, occorre svilupparle. Alcuni punti da tenere a mente nel lavoro con un atleta di talento: 

  • Non dare nulla per scontato. La pura potenzialità può esprimersi, rafforzarsi ma anche fallire e per questo occorre coltivarla al meglio, valorizzarla, indirizzarla e non lasciarla a sé stessa. 
  • Ridimensionare adeguatamente nell’atleta l’illusione del credere che sarà sempre facile e che non si troveranno degli ostacoli nel proprio Se infatti inizialmente alcune capacità che si hanno naturalmente e non hanno richiesto grosso sforzo di apprendimento possono essere sufficienti, mano a mano che si cresce questo non basta mai. Dinanzi ad altri talenti o ad altri atleti meno dotati ma molto volenterosi e che progressivamente si sono “attrezzati” e hanno ridotto il gap, non possiamo permettere che quell’atleta si trovi impreparato. Spesso succede invece che le limitate occasioni per prendere atto della propria inadeguatezza, determinino nell'incontro con un ostacolo la sensazione di incapacità o addirittura la amplifichino, non favorendo una lettura adeguata della situazione né il reclutamento di altre risorse: “perché prima ero in grado e ora no? “, “ho perso il mio talento?”, “non so più fare nulla?”. 
  • Insegnare ad avere una giusta misura di sé come atleta. Ciascuno va allenato a guardare le proprie risorse e a prendere atto dei propri limiti: questo preparerà l’atleta a tollerare la sconfitta e le difficoltà che inevitabilmente incontrerà. 
  • Dare sempre valore all’allenamento. Non mettiamo l’atleta nella condizione di credere di aver già tutto senza doversi sforzare e fare qualcosa per migliorarsi. La qualità del saper imparare e la voglia di farlo non vanno perse... arriverà infatti un punto in cui il talento non basterà e a fare la differenza sarà l’abitudine al lavoro, al sacrificio, all’andare oltre le difficoltà. 

Insegniamo ai nostri atleti il non accontentarsi, indipendentemente dalla “dotazione” con cui partono: la cultura del lavoro li ripagherà tanto nello sport che nella vita.

 16 NON ESISTE UN UNICO MODO DI ESSERE INTELLIGENTI 

L’intelligenza è la capacità di comprendere il mondo in cui viviamo e di risolvere i problemi ambientali, socialI e culturali che ci vengono posti in ogni momento della nostra esistenza. 

Rispettiamo e valorizziamo tutte le potenzialità, 

Per tanto tempo si è parlato di QI (quoziente intellettivo), ma questa visione è ben superata perché ad oggi è chiaro che non esiste un’unica forma di intelligenza bensì diverse forme di essa, ben 9, ognuna indipendente dalle altre (Howard Gardner). 

Come sono divise le nostre capacità? 

  1. linguistica è l’intelligenza legata alla capacità di utilizzare un vocabolario chiaro ed efficace. Chi la possiede solitamente sa variare il suo registro linguistico in base alle necessità ed ha la tendenza a riflettere sul linguaggio; 
  1. logico-­‐matematica consiste nella capacità di scoprire le relazioni fra numeri, simboli e configurazioni ed è l’intelligenza che riguarda il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e le catene logiche; 
  1. spaziale concerne la capacità di percepire forme e oggetti nello spazio Chi la possiede, normalmente, ha una sviluppata memoria per i dettagli ambientali e le caratteristiche esteriori delle figure, sa orientarsi in luoghi intricati e riconosce oggetti tridimensionali secondo schemi mentali piuttosto complessi; 
  1. corporea cinestetica, tipica degli sportivi, è quell’intelligenza che ci permette di gestire e sentire al meglio il nostro corpo. Comporta una grande padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti e manipolare gli oggetti;
  1. musicale, ossia la capacità riconoscere l’altezza dei suoni, le melodie e comporre musica; 
  1. intrapersonale o personale riguarda la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, comprendere la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale per ottenere risultati migliori nella vita personale, e anche di sapersi immedesimare in ruoli e sentimenti diversi dai propri; 
  1. interpersonale è legata al saper gestire i rapporti con gli altri e serve a regolare la comunicazione con le altre persone. È caratteristica di chi ha

saputo sviluppare al meglio l’empatia e le abilità sociali ed è spesso anche identificata come intelligenza emotiva (David Goleman, in cui rientra anche la precedente tipologia), ovvero la capacità di saper riconoscere, interpretare e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. 

  1. naturalistica, consiste nel saper individuare determinati oggetti naturali, classificarli in un ordine preciso e cogliere le relazioni tra di essi 
  1. esistenziale, ovvero la capacità di riflettere consapevolmente sui grandi temi dell’esistenza e di ricavare da sofisticati processi di astrazione delle categorie concettuali. 

Il passaggio dalla misura alla natura dell’intelligenza è stato molto importante perché questo non solo amplia enormemente il concetto di potenziale ma mette anche in rilievo quanto errato sia presupporre una mancanza la dove esiste invece una diversa abilità. La versatilità intesa come capacità di attivare una diversità di competenze è fondamentale e per fare questo è importante non valorizzare solo un certo tipo di intelligenza (abitualmente quella logico e linguistica), ma dare spazio anche alle altre, favorendo una motivazione anche di chi ha abilità di altro tipo. Sebbene queste capacità siano più o meno innate negli individui, non sono statiche e possono essere sviluppate mediante l’esercizio considerando anche che possono rischiare di “decadere” con il tempo:l'intelligenza varia col passare del tempo, in quanto legata all'apprendimento e alla esposizione degli stimoli dell'ambiente. 

Personalmente do grande importanza alla dimensione emotiva dell’intelligenza, alla base della consapevoelzza di sé stessi e dell’altro da noi, ed ho trovato questo cortometraggio “Monsterbox” adatto ai più piccoli, di Ludovic Gavillet, Derya Kocaurlu, Lucas Hudson e Colin Jean proprio sul potere dell’intelligenza emotiva: https://www.youtube.com/watch?v=DoLAoOkG5gY 

17 IL SELF TALK:CIO’ CHE TI DICI INFLUENZI QUELLO CHE FAI 

   

I pensieri sono in grado di influenzare direttamente le sensazioni, il modo personale con cui si guarda la realtà e le azioni che si intraprendono: tra pensiero e comportamento vi è un forte legame di continuità. Ciò è vero anche in ambito sportivo ovvero quello che l’atleta pensa relativamente alla a se stesso e alla propria prestazione sportiva è un elemento critico per la propria performance. 

Questo succede anche per ciò che l’atleta si dice, il cosiddetto self-­‐tak o dialogo interno. Ciascuno di noi passa una grande quantità di tempo a parlare a sé stesso, ma spesso non vi è né la consapevolezza di questo dialogo personale né del suo contenuto. 

Quattro punti è importante evidenziare: 

  1. Ogni atleta ha un self talk e questo parlare “a” e “con” sé si sviluppa in ciascuno naturalmente e abitualmente si ripropone dirigendo le azioni dello sportivo in una direzione o nel suo opposto. I pochi istanti che precedono un tiro libero, ad esempio, si riempiono di frasi che l’atleta si dice, a volte sono di tipo motivazionale “stai calmo!”, altre più tecnico “spezza il polso!”: prova a fare a caso a cosa Può essere positivo o negativo. 
  1. Esiste un self talk funzionale ed uno non Il dialogo interno affiora automaticamente in ciascuno di noi, tuttavia è solo quello con determinate caratteristiche che può portare ai migliori risultati: Il self talk positivo suscita in generale percezioni di competenza e adeguatezza ma è molto utile anche nello specifico, ad esempio in momenti di gioco permette all'atleta di aumentare l'attenzione nei confronti della prestazione, focalizzandolo sul cosa deve fare e sugli specifici gesti tecnici da compiere; quello negativo aumenta invece le percezioni di incapacità ma comporta nel momento specifico una grande dispersione di energia, dando indicazioni non sul fare ma sull’evitare un non fare. Inoltre parlare a se stessi in termini negativi e pessimistici infatti spesso porta l'individuo a ruminazioni mentali collegate ad immagini di perdita e sconfitta. Nel caso dell’atleta ciò comporta un calo motivazionale e di autostima che può comprometterne la prestazione. 
  1. E’ importante essere consapevoli della qualità del proprio self talk Riconoscere i propri pensieri, sia positivi che negativi, accettarli e comprenderli (ad esempio individuare le cause che determinano l’insorgenza dei pensieri negativi), ricordandosi che essi influenzano le nostre azioni e le nostre scelte. Se un atleta vuole ottenere dei buoni risultati deve avere un modo di pensare positivo.. 
  1. Il self talk si può modificare ed essere gestito consapevolmente ed usato in modo vantaggioso Innanzitutto favorire un self talk di tipo positivo, ad esempio scegliendo frasi espresse al positivo ed evitando la parola “non” ("non devo distrarmi" può essere sostituito con "devo concentrarmi”) usare espressioni brevi e chiare piuttosto che frasi complesse: trasformare costruttivamente i pensieri negativi in affermazioni e convinzioni positive verso sé stessi e la propria performance. 

Gli automatismi sbagliati come un self talk negativo, possono essere corretti. Questo non avviene improvvisando né possiamo pensare che cambi tutto sperimentandoci una sola volta o attivandolo occasionalmente: occorre allenamento…si, questo è un tipico esempio di ALLENAMENTO MENTALE!!! 

18 IL FENOMENO DEL DROP OUT:L’ABBANDONO DELLO SPORT


L’80% dei bambini italiani in età pre-­‐puberale pratica almeno uno sport, ma verso i 14 anni, questo numero si riduce drasticamente. Il drop out, ovvero l'abbandono della disciplina praticata, è un fenomeno incredibilmente diffuso a cui fare grande attenzione, poiché spesso non spesso non si verifica solo un “abbandono di uno sport” ma “un abbandono dello sport”. 

Sebbene la scelta di lasciare si concretizzi nell’ età adolescenziale, il disinteresse, la disaffezione e la voglia di smettere inizia già nell’età precedente ed è per quello che da tecnici occorre fare molta attenzione. 

All’origine dell’abbandono non un’unica causa, ma più elementi spesso concomitanti predispongono ad un rischio di abbandono. Tra questi i principali sono: 

-­‐ la carenza di momenti di gioco e di divertimento 

-­‐ il rapporto con l’allenatore (quando è più attento al risultato che alla persona) 

-­‐ l’assenza di un appoggio genitoriale o la loro esasperazione -­‐ le difficoltà di coesione con la squadra 

-­‐ gli scarsi risultati ottenuti nella disciplina praticata e la correlata diminuzione di fiducia nelle proprie capacità 

-­‐ il poco tempo libero a causa degli allenamenti 

-­‐ l’arrivo di altri interessi e la difficoltà di conciliare tutto -­‐ una decisione non volontaria di praticare quello sport 

Vi è un unico denominatore ed è il fatto che ad un certo punto i giovani abbandonano lo sport perché non trovano soddisfatti i bisogni e i desideri che li avevano inizialmente spinti a intraprendere questa attività; vivono lo sport come un obbligo e una fonte di insicurezza, non di gratificazione, e quindi lasciano, per riacquistare libertà e un senso di adeguatezza. 

Per capire i motivi del drop out bisogna quindi risalire alle molle iniziali che spingono i ragazzi a intraprendere un’attività sportiva e tenerle sempre in considerazione affinchè l’ambiente sportivo possa non solo accoglierle ma anche svilupparle. Ci sono alcuni aspetti fondamentali, soprattutto se ci riferiamo ai giovani atleti: il divertimento, la voglia di giocare, di fare parte di un gruppo, di conoscere nuovi amici, di stare bene, di sentirsi riconosciuti, apprezzati nell’apprendere e migliorare le proprie abilità. 

La prevenzione al fenomeno dell’abbandono è un’azione importante che passa per il progettare e realizzare con accuratezza gli spazi sportivi per i giovani atleti e qui l’importanza di formare gli adulti del contesto sportivo relativamente a certe tematiche. Se non si considerano e rispettano i bisogni e le motivazioni del giovane atleta si commette sempre un grave errore. 

19 PER UN ATLETA LO STRESS è SOLO NEGATIVO?

Frequentemente un atleta, riferendosi ad una competizione, parla di una situazione “stressante”. 

Lo stress è la reazione dell’individuo di quando deve affrontare un’esigenza o adattarsi ad una novità, ma anche quando è chiamato a rispondere ad una sfida come quella sportiva. Fa parte del mondo dello sport eppure molti degli atleti lo subiscono come un peso insormontabile. La conseguenza principale non è solo la riduzione del proprio potenziale sportivo ma anche un decremento del proprio benessere psicofisico. 

E’ però sbagliato credere che lo stress sia solo ed esclusivamente controproducente e paralizzante...perchè in una certa misura è addirittura indispensabile alla buona riuscita di competizione. 

Vediamo alcuni punti: 

  1. ESISTE UNO STRESS NEGATIVO ED UNO STRESS POSITIVO Lo stress corrisponde ad un insieme di reazioni di natura sia fisiologica e psichica che l’organismo mette in atto per rispondere a una data situazione. Parliamo di eustress per lo stress positivo che ci aiuta e ci prepara per essere pronti ad affrontare le cose, e di distress per lo stress negativo. E’ proprio quest’ultimo quello a cui noi ci riferiamo solitamente quando parliamo di stress e che ci provoca difficoltà e stati spiacevoli; in psicologia dello sport, si potrebbe identificare con l’ansia.

 

  1. VI È UN RAPPORTO TRA STRESS E PERFORMANCE  abbiamo detto che un certo livello di stress è importante per la gara. In che senso? A livelli bassi di stress, la nostra performance sportiva sarà scadente e lo sarà altrettanto ad alti livelli di stress: se sono sufficientemente stressato la mia performance sportiva sarà buona. In fase di stress infatti il mio corpo e la mia mente si attivano, si preparano per la situazione. Se l’impegno è scarso e arrivo con un approccio eccessivamente rilassato (basso stress) come succede ad esempio quando sottostimo il mio avversario e la partita in genere, rischierò ampiamente di perdere. Se però l’attivazione è troppo alta, alzerò sia i livelli emotivi che cognitivi in larga misura e il mio approccio sarà caotico, infruttuoso oppure carico di paura e tensione muscolare. E’ giusto cercare il giusto livello di attivazione ed essere carichi adeguatamente. Attenzione: questo livello è personale e non unico per tutti! 
  1. FONDAMENTALE E’  CONOSCERSI  e  CAPIRE  QUALE  è  LA  PROPRIA

 

ATTIVAZIONE OTTIMALE

 

Ognuno di noi risponde agli eventi stressanti in maniera diversa, dal momento che ognuno di noi nell’arco della vita fa esperienze diverse, apprende diverse strategie di azione e di pensiero. A livello fisico possono aumentare alcuni parametri come la frequenza cardiaca e la sudorazione, oppure si può riscontrare una perdita di appetito, difficoltà nel sonno e problemi digestivi; a livello comportamentale, nella muscolatura si manifestano tensioni, rigidità con conseguenti diminuzione di fluidità del movimento; a livello cognitivo possiamo trovare cambiamenti nell’ attenzione con una forte distraibilità ma anche la presenza di pensieri negativi e catastrofici. 

Queste manifestazioni sono differenti per ciascuno di noi ma è importante iniziare a chiedersi: Come reagisco alla situazione gara? Quali emozioni, pensieri e cambiamenti fisici avvengono quando mi sento “in ansia”? Quali di questi aspetti sono stati presenti in una cattiva performance e quali invece erano presenti quando ho fatto una buona gara?. 

Non si può cogliere tutto e subito certamente, ma è importante sviluppare uno sguardo rispetto al modo in cui viviamo le situazioni. Questo non è immutabile ma si può modificare e in meglio: il punto chiave non è la presenza o meno dello stress ma di come noi lo viviamo.

 20 LA GESTIONE DEL TEMPO E DEGLI IMPEGNI 

   

“Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!”? Il Bianconiglio, col suo continuo tirar fuori l’orologio dal taschino del panciotto per poi nasconderlo subito e lamentare ritardo, è un’immagine che riesce bene a descrivere quello che è spesso il nostro rapporto con il tempo.

Non sentirsi padroni del proprio tempo è una sensazione che non piace a nessuno: le cose da fare sono tante, vanno costantemente incastrate ele ore sembrano non bastare mai. 

Un’inadeguata gestione degli impegni produce sensazioni sgradevoli di ansia e stress, oltre che ridurre la possibilità di completare in modo efficace tutto quello che vi era in previsione; le richieste esterne sembrano andare oltre le nostre capacità e la sensazione è quella di non farcela. Viceversa un’organizzazione consente di ottimizzare le energie e ci dà maggior senso di soddisfazione e tranquillità. 

Questa è una sensazione che non vive sono l’adulto, ma si sperimenta anche in fasce di età molto più piccole. I nostri atleti non sono esenti da tutto questo ed è importante favorire in loro la capacità di organizzare efficacemente le varie attività. Come? 

Partiamo dagli errori che più comunemente si commettono:

 

  1. non individuare le priorità 
  1. avere una scarsa chiarezza di quali siano i propri obiettivi (e, conseguentemente, su cosa vaga la pena investire) 
  1. distrarsi facilmente (molto facile con tv e dispositivi mobili sempre a disposizione) 
  1. fare troppe cose in contemporanea (si riduce la concentrazione su una singola cosa e la “produttività” globale) 
  1. posticipare gli impegni e rimandare, girare intorno alle cose senza affrontarle davvero

 Considerare l’abituale organizzazione quotidiana (anche una disorganizzazione è un’organizzazione!!!), chiedendo al diretto interessato il senso della stessa per verificarne se sia avvertita come funzionale o meno e quali possono essere eventualmente le maggiori difficoltà nell’incastrare il tutto. E’ sempre molto importante confrontarsi, discutere, negoziare, trovare uno spazio in cui parlare e capire il punto di vista dell’altro.

 

Da adulti possiamo inoltre fare attenzione ad alcuni aspetti: -­‐ favorire la concentrazione riducendo gli agenti distraenti 

-­‐ sottolineare il valore dell’impegno finalizzato all’accrescimento delle proprie capacità 

-­‐ evidenziare l’efficacia del dedicarsi su un compito alla volta 

-­‐ far conoscere il significato delle pause. Una corretta alimentazione e un buon sonno sono infatti indispensabili fonti di energia; ricordiamo che il riposo permette di pensare in modo creativo e di lavorare efficacemente 

-­‐ dare il buon esempio 

Districarsi tra i vari impegni in modo organizzato è importante per stare bene ed è altrettanto importante affrontare questa gestione di una pluralità di attività: abitua a pensare, a porsi dei dubbi e a valutare più soluzioni e a sapersi destreggiare nell’ambiente esterno.

 21 L’OTTIMISMO INCIDE NELLO SPORT? 

  

Esistono due atteggiamenti mentali che riescono ampiamente ad impattare la prestazione: l’ottimismo e il pessimismo. In realtà questi due differenti modi di guardare la realtà incidono anche su sfere più generali, come la salute, ad esempio le persone ottimiste godano di uno stato fisico eccezionalmente migliore e il loro sistema immunitario è più efficiente.Ma guardiamo specificatamente il contesto sportivo. L’ottimista, di fronte alle avversità che la vita gli presenta, riesce a guardare avanti con il convincimento di poter esercitare un controllo significativo e determinante degli eventi che fanno parte della sua vita. Con questa lettura, ha un buon livello di fiducia verso sé stesso e i propri mezzi, percepisce uno spazio di “manovra” a sua disposizione, più ampio e mette in gioco un maggiore impegno. Molti studi dimostrano come giocatori ottimisti raggiungano performance migliori rispetto ad atleti che hanno una mentalità pessimista. Questi ultimi ritengono che le sconfitte e le prestazioni scadenti riflettano la loro mancanza di capacità di avere successo e provano un maggiore senso di impotenza in termini di controllo. Dinanzi all’imprevisto o all’ostacolo, questi atleti si indeboliscono e si arrabbiano maggiormente innescando una sorta di profezia che si auto avvera e che porta quasi sempre al proseguimento di uno scarso rendimento. Questa aspettativa negativa, molto probabilmente coinvolgerà anche le partite successive, rafforzando una visione negativa di se stessi e delle proprie capacità. L’atletaottimista, invece, riconosce maggiormente di avere un buon livello di controllo (sapendo anche adeguatamente distinguere fattori sotto controllo e fattori che escono dal proprio controllo) e guarda gli stessi eventi negativi come battute d'arresto temporaneo e opportunità. Anche in caso di sconfitta è piu frequente che un atleta ottimista vada ad analizzare cosa è successo in dettaglio mentre il pessimista descriva la partita in termini totalizzanti (es. è andata male). 

L’ottimismo non è una caratteristica genetica ma un’ attitudine psicologica che si può coltivare nel tempo e quindi potenzialmente migliorare abbiamo un inclinazione mentale che chiamiamo ottimismo che ci permette di affrontare con maggiore efficacia le difficoltà e le sfide che la vita ci presenta, questa inclinazione può essere potenziata per migliorare la nostra qualità di vita perché ci consente di essere maggiormente consapevoli delle nostre capacità nel gestire al meglio le nostre stesse vite. 

22 A COSA SERVE UN OBIETTIVO

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero. “ Vorresti dirmi, di grazia, quale strada prendere?” 

“Dipende tutto da dove vuoi andare” rispose il gatto. “Oh, non importa molto “ disse Alice

“Allora non importa la strada che prendi” sbottò il gatto 

Ogni percorso va bene se non c’è una meta precisa che vogliamo raggiungere. Questo cambia se invece ho un punto chiaro rispetto al quale voglio arrivare: la definizione del percorso e delle strategie diventa basilare. Perché è importante definire correttamente un obiettivo? Quali sono i meccanismi psicologici sottostanti? 

Vediamo insieme alcuni punti salienti: 

1-­‐ AVERE UN OBIETTIVO METTE IN MANO ALLA PERSONA LA CAPACITà DECISIONALE SUGLI EVENTI 

Decidere di non avere una meta chiara vuol dire rischiare di ritrovarsi trascinati dagli eventi o da decisioni altrui. Essere sicuri che stiamo facendo ciò che abbiamo scelto e non ciò che abbiamo trovato per strada o ci è stato imposto invece è fondamentale: sentirsi padroni della propria vita, ritrovarsi in situazioni che ci appartengono è un’esigenza prioritario per il proprio benessere

 

  1. AVERE UN OBIETTIVO FAVORISCE LA PROATTIVITà 

Di fatto avere degli obiettivi rappresenta un’importante strategia motivazionale. Stabilire dove vogliamo arrivare e cosa vogliamo ottenere ci attiva: sostiene le motivazioni, ci porta a guardare le nostre risorse e a metterle in gioco, indirizzando le azioni quotidiane necessarie a raggiungere l’obiettivo 

3.AVERE UN OBIETTIVO ORDINA E DA’ DELLE PRIORITÀ 

Sapere dove investire energia fa risparmiare tempo, riduce lo stress e migliora decisamente la qualità della vita, dirigendo l’attenzione sugli aspetti importanti . Inoltre ci porta a riconoscere le opportunità ch favoriscono la realizzazione degli obiettivi e a trarne vantaggio. 

4 AVERE UN OBIETTIVO AIUTA NEI MOMENTI DOWN 

Gli obiettivi aiutano ad attivare e modulare un impegno adeguato e persistente nel tempo, e questo è maggiormente vero quando le cose si fanno più complicate. Nei momenti di incertezza, quando siamo dinanzi ad un ostacolo (come un errore in campo) o ad una battuta d’arresto più significativa (si pensi ad un infortunio durante la stagione), avere degli obiettivi è di grande aiuto: ci rifocalizza, consente di avere precisi riferimenti di confronto, favorisce il mantenimento della tenacia e della determinazione, riduce la frustrazione. L’obiettivo non agisce non solo sullo sforzo, ma anche sulla persistenza 

  1. AVERE DEGLI OBIETTIVI FAVORISCE UNA MIGLIORE QUALITA’DELLA VITA Scegliere ciò che si vuole fare, nel generale e nello specifico, favorisce il suo raggiungimento e un conseguente senso di benessere e appagamento. Ricordiamoci che la percezione della propria competenza rispetto ad un compito è una delle spinte motivazionali più forti. 

Come scritto prima, per un atleta, non è importante solo avere degli obiettivi ma fondamentale è il modo in cui essi vengono individuati (si tratta del goal setting…dei criteri e delle modalità con cui farlo ne riparleremo) e la successiva valutazione (sono stati raggiunti? Se si, attraverso quali strade e risorse? Se no, cosa è successo?).

 23 COSA CI SI FA DELLA GARA(UNA VOLTA CHE E’ CONCLUSA) 

E’ utile analizzare la gara indipendentemente dal risultato ottenuto nella stessa? La risposta è SI. 

Capire, infatti, quali siano i fattori che hanno determinato una prestazione è cruciale per le gare successive ma ancor più in generale per l’incremento della qualità dei nostri atleti.

 La gara va interpretata e capita per non perdere le condizioni che l’hanno determinata. Possiamo individuare una regola: ANALIZZA SEMPRE LA PRESTAZIONE, INDIPENDENTMENTE DAL RISULTATO OTTENUTO. Alcuni punti che un tecnico può considerare: 

  1. Una vera e propria “match analysis” considera sì la prestazione globale, ma va principalmente ad analizzare in dettaglio tutti gli aspetti. 

E’ importante fare una valutazione oggettiva e avere chiari quelli che sono gli indicatori osservabili di prestazione, anche in relazione a quelli che sono i parametri usati in fase di allenamento (non possiamo cioè pretendere di vedere qualcosa in campo durante il match se questo non viene allenato). Accanto a questo è fondamentale considerare anche altri aspetti, apparentemente più difficili da misurare e che magari non rientrano nelle statistiche, ma che sono cruciali: un certo clima tra gli atleti, i loro livelli di comunicazione, il senso di autoefficacia globale emerso… 

Ricordarsi che ciascuno di noi ha un’abituale prospettiva e sforzarsi per considerare anche altri punti di vista, ci garantisce informazioni che altrimenti rischierebbero di andare perse: una visione globale e non di parte è senza dubbio più fruttuosa. 

  1. Vanno analizzate le sconfitte Se si perde una gara, almeno facciamo sì che il dopo gara non vada perso. Limitarsi a recriminare e a scoraggiarsi non è produttivo ed è sempre buona norma capire cosa è mancato, cosa e come si poteva fare, perché si è sbagliato. 

Analizzare gli errori significa comprenderli (es: è stata una distrazione? un’ impreparazione? Da cosa sono derivati?) e individuare soluzioni alternative per evitarli la prossima volta o per gestirli in caso di replica. 

  1. …Ma vanno analizzate anche le vittorie Solitamente dopo la vittoria si esulta e non ci si sofferma nell’analizzarla, ma i feedback che si possono ricavare sono decisivi. 

L’analisi della vittoria evidenzia quali condizioni tecniche, tattiche, fisiche e psicologiche sono state favorevoli, in modo da poterle inserire nella memoria storica della squadra e renderle più stabili. Inoltre la bella prestazione spesso è un’euforia che rischia di farci vedere come meno difficile la prossima gara e analizzare le diverse componenti può mantenerci nel focus giusto. 

4. per l’atleta è importante che l’analisi venga fatta Analizzare laprestazione non solo un importante strumento in mano al tecnico: la sua utilità è ampia anche per l’atleta e la squadra. E’ importante che ciascuno comprenda cosa è avvenuto, cosa è successo, eventualmente cosa si è sbagliato e quali soluzioni poter adottare, ma anche capire quali risorse sono state messe in campo in modo proficuo. Sta al tecnico abituare i suoi atleti a farla, chiaramente con modi relativi alle diverse età e tipologie di contesto. 

La disamina della gara è pur sempre anche una questione comunicativa e si colloca all’interno del modo con cui un coach parla ai propri ragazzi, per questo non esistono vademecum su come farla. Il punto decisivo, per me, è quello di non perdere le informazioni che ricaviamo da una prestazione Sul quando farlo, fermo restando la soggettività dell’allenatore, il mio consiglio è di lasciar sbollire gli animi e “far respirare” l’atleta dopo la competizione; spesso la mente è ancora alla partita e l’attenzione bassa può far perdere informazioni importanti. Il momento più opportuno potrebbe essere il rientro al successivo allenamento, quando le sensazioni sin sono placate, è possibile recepire nuove informazioni e leggere il tutto con maggiore obiettività (mi riferisco non solo ai ragazzi ma anche agli stessi tecnici: nessuno è esente dalle emozioni della gara e dal loro impatto sulla lettura razionale della performance).

 24 LA VALUTAZIONE DI FINE STAGIONE

La fase di chiusura della stagione agonistica è potenzialmente un momento importante da sfruttare, sia per l’allenatore che per l’atleta, spesso però è sottovalutato. 

Se infatti la definizione degli obiettivi ad inizio stagione è oramai uno strumento consolidato e ampiamente utilizzato, molto meno diffusa è la pratica di analisi globale della stagione. Perché? Semplicemente perché la nostra abitudine è quella di proiettarsi verso il futuro e “chiuso un cerchio” si guarda subito al successivo, quando invece una pratica produttiva sarebbe quella di vedere bene quella che è stata la stagione appena conclusa. Imparare dall’esperienza è infatti una delle qualità più importanti per uno sportivo e in generale per la persona. 

Alcuni punti da considerare: 

  1. Si fa a partire dagli obiettivi che erano stati fissati ad inizio stagione All’inizio dell’anno abbiamo stabilito dei punti verso cui andare: cosa è successo? Sono stati raggiunti quegli obiettivi? Quali sono state le risorse più utili? In caso di non raggiungimento quali sono stati gli impedimenti maggiori? Erano interni (legati a me) o esterni (legati all’altro/alla situazione)? Queste alcune delle domande che ci possiamo fare. Ovviamente senza degli obiettivi stabiliti siamo privi di parametri rispetto a cui misurare i giudizi, di qui l’importanza di un buon goal setting iniziale! Nel caso in cui questo passaggio è mancato può essere comunque fatta una valutazione, decidendo bene su quali parametri ragionare (ovvero gli aspetti da analizzare) 
  1. Riguarda sia punti positivi che negativi non deve tradursi in un elogio o in una critica ma deve essere osservazione globale di tutti gli aspetti che ho lavorato e che ho incontrato durate la stagione. Riconoscere cioè che è andato bene, ma anche ciò di cui non siamo soddisfatti. Identificare uno spazio di miglioramento ci dà una bella direzione per il futuro 
  1. Va fatta nel giusto tempo né troppo tardi, né troppo presto. Se aspettiamo troppo il rischio è perdere delle informazioni per strada e affidarsi a dei ricordi sempre meno vivi, se la facciamo subito, invece, non diamo tempo alla parte di logica di maturare adeguatamente. 
  1. E’ utile sia ai tecnici che agli atleti Entrambi, infatti, per il ruolo rivestito, hanno vissuto la stagione perseguendo degli obiettivi ed entrambi hanno necessità di capire come si sono posizionati rispetto ad essi (non sto parlando del risultato quanto delle competenze apprese e/o espresse). A mio avviso, per il tecnico è un “dovere” in termini di responsabilità; per l’atleta, invece, è una bella possibilità che può diventare progressivamente abitudine e quindi strumento: è imparare ad osservarsi, a valutarsi, a pensare in autonomia, ma anche a comprendere meglio il proprio sport e ad apprendere dalle esperienze che si vivono.

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Guida Compilazione Referto

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