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Il  “PENSARE” pensare del giovane atleta : richiederlo,incoraggiarlo o negarlo?by C.Conti

 

[breve riflessioni, solo apparentemente, un po’più rivolte ai coach]

Nei campi di gioco, in fase di allenamento o durante una partita, mi è capitato spesso di sentire gli allenatori rivolgersi ai propri giocatori con frasi come “non pensare!” o viceversa “pensa!”.

Quanto siamo realmente efficaci dicendo cosi?

Alcuni punti da considerare:

- “Non pensare” è un’esortazione spesso ripetuta, ma che di per sé non è reale: non si può infatti non pensare. Arrestare l’attività del cervello è impossibile, anzi, il cervello è in continua attività; se qualcuno ci chiede di non pensare il nostro cervello lavorerà per evitare dei pensieri, delle ruminazionie il più delle volte finirà per pensarci più spesso di quanto avrebbero fatto se non gli fosse stato suggerito di non farlo. Inoltre, se cerchiamo atleti autonomi, cerchiamo anche degli atleti pensanti, quindi dire “non pensare” risulta piuttostodiscordante.

E’ chiaro che se l'atleta mentre gioca si lascia prendere da un processo di sovra analisi ed iperelaborazione di ciò che succede, l’azione motoria risulta molto rallentata e viene ostacolato l’utilizzo spontaneo e naturale di quanto già appreso. E’ altrettanto chiaro anche che il pensare in partita agli errori appena commessi riduce nell'atleta la possibilità di avere un impatto positivo sulle azioni successive. Ma….dire di non pensare non lo aiuterà, anzi è probabile che in quel momento lo possa mandare più in confusione (se questo non avviene in modo evidente è solo perchè l’atleta è -purtroppo- abituato a sentirsi dire di non pensare!).

Il rischio principale è passare il messaggio che il pensare sia a priori disfunzionale, quando invece è il pensare male ad esserlo. Piuttosto sarebbe utile dire ai propri atleti “pensa efficacemente” (ad esempio restringi il focus sulle cose veramente importanti in questo momento, stai sugli obiettivi, etc…). C’è una frase celebre che esprime perfettamente questo concetto: “Tutti dovremmo imparare che la mente è qualcosa che serve per pensare e non solo per preoccuparsi”, dello scrittore R. V. Ganslen.

- Il “Pensa! pensa!”,  viene utilizzato prevalentemente quando il coach vede i propri atleti disattenti o quando li vuole spronare a ragionare su come risolvere un problema e individuare delle soluzioni in campo. Quante volte si sente nei time out, mentre si scrive con velocità ( e nervosismo) su una lavagnetta? 

Intendiamoci: richiamare all’attenzione la propria squadra, per eseguire al meglio un gioco o favorire una riduzione degli errori che si stanno commettendo è una buona azione, ma…la formula è quella giusta? Nel contesto sportivo il giusto o sbagliato si traduce prevalentemente in efficace/non efficace e in questo caso, più che esortare all’azione di pensiero, può risultare efficace dare delle direzioni verso cui pensare. Questo è vero soprattutto in fase di gara, quando i tempi sono ridotti, i ritmi si innalzano e la pressure corrisponde a dei cambiamenti ai processi cognitivi. Leggermente diversa la cosa in fase di allenamento,  quando l’educare al pensiero non solo è una possibilità ma è anche un’azione fondamentale per la crescita dell’atleta. L’allenamento è infatti lo spazio adatto per fare acquisire al giocatore la capacità di prendere decisioni in relazione al  gioco.

In generale ricordiamoci che ogni messaggio che viene dato ai ragazzi acquisisce un senso. Considerando la regola di base per cui è impossibile non comunicare, un messaggio inviato senza porvi attenzione, può produrre effetti ben lontani da quelli che vorremmo.

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